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Il disturbo da uso alcolico negli Usa è più diffuso dell'atteso

L’incidenza del disturbo alcolito è piuttosto alta negli USA

L'incidenza di un disturbo dipende anche dai criteri che si utilizzano per identificarlo, soprattutto quando, come nel caso del disturbo da uso alcolico, il confine tra normalità e patologia non è legato al riscontro parametri clinici oggettivi, come un livello di colesterolo o una glicemia troppo alti, ma è definito in modo abbastanza variabile, in relazione alla cultura, agli standard di consumo medi di un Paese e ai criteri utilizzati per la diagnosi.

Proprio in considerazione di quest'ultimo aspetto e della recente revisione del Manuale diagnostico-statistico della malattie psichiatriche (DSM V), che ha esteso le possibilità di emettere una diagnosi di alcolismo, un gruppo di ricercatori del National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism dei National Institutes of Health statunitensi (corrispondenti all'Istituto Superiore di Sanità italiano) ha voluto ricalcolare la diffusione del problema sul territorio americano, confrontandola con le stime precedenti. A questo scopo, tra aprile 2012 e giugno 2013, i ricercatori hanno intervistato personalmente 1.661 adulti rappresentativi della popolazione americana per composizione etnica e livelli socioeconomici, selezionati dal più ampio campione utilizzato per l'analogo studio epidemiologico su scala nazionale National Epidemiologic Survey on Alcohol and Related Conditions III (NESARC-III), comprendente oltre 36.300 persone.

Dalla valutazione dei singoli comportamenti di consumo sulla base dei criteri diagnostici del DSM V è emersa una prevalenza annuale di disturbo da uso alcolico (corrispondente alla quota di persone con un problema di alcolismo nell'arco di 12 mesi) pari al 13,9%, che saliva a ben il 29,1% se si considerava l'intero arco della vita. In sostanza, ciò significa che quasi un cittadino americano su tre almeno in periodo della vita adulta ha problemi a gestire il proprio rapporto con le bevande alcoliche e a consumarle con moderazione. Entrambe le prevalenze sono risultate più elevate negli uomini (rispettivamente pari al 17,6% e al 36%), nelle persone di origine caucasica di entrambi i sessi (14% e 32,6%) e nei nativi americani (19,2% e 43,4%). Il problema è apparso, inoltre, più diffuso tra i giovani adulti (26,7% e 37,0%), tra le persone sole dopo un matrimonio finito male (11,4% e 27,1%) e tra i sigle mai sposati (25,0% e 35,5%). Il fatto di appartenere a una fascia di popolazione a basso reddito è risultato essere un ulteriore fattore di rischio per l'abuso alcolico. L'indagine ha confermato anche la nota scarsa propensione di chi ha problemi con l'alcol a cercare aiuto: soltanto una persona su cinque (19,8%), tra quelle affette da disturbo da uso alcolico secondo il DSM V, si è rivolta un medico o altri professionisti competenti per cercare di superarlo.

Un comportamento preoccupante, non soltanto per le ripercussioni cliniche (complicanze mediche e traumi dovuti all'alcol), sociali (comportamenti aggressivi, emarginazione, incidenti stradali ecc.) ed economiche (perdita del lavoro, povertà ecc.), ma anche perché spesso l'abuso alcolico è associato ad altre patologie psichiatriche meritevoli di trattamento specialistico, come la depressione maggiore, il disturbo bipolare, il comportamento borderline e/o antisociale, nonché (seppur meno frequentemente) l'ansia, le fobia sociale e il disturbo da attacchi di panico. Questi dati che evidenziano l'urgenza di promuovere programmi di educazione e sensibilizzazione sul problema, sia a scopo preventivo, sia per favorire interventi terapeutici precoci, caratterizzati da maggiori probabilità di successo in tempi più brevi e in grado di evitare le sequele più severe dell'abuso a tutti i livelli.

Fonte: Grant BF et al. Epidemiology of DSM-5 Alcohol Use DisorderResults From the National Epidemiologic Survey on Alcohol and Related Conditions III. JAMA, 2015; doi:10.1001/jamapsychiatry.2015.0584

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Pubblicato in data 8 Giugno 2015